Mono Carrasco un cileno che ama l’Italia ‘trapiantato’ in Valcerrina

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di Silvio Bertana

Hector Carrasco, soprannominato Mono, è uno dei tanti cileni ricercati dopo il colpo di stato dell’11 settembre 1973 da parte della giunta militare, guidata da Augusto Pinochet, che provoca la fine del governo democratico del presidente Salvador Allende e trascina il Cile nella dittatura. All’epoca è un giovane comunista travolto, come tanti altri e tante altre, dagli avvenimenti che rimarranno consegnati alla storia come anni drammatici di torture, sparizioni e uccisioni di oppositrici e oppositori politici per mano del governo fascista di Pinochet.

Presente alla terza edizione della Festa Libertaria tenutasi a Verrua Savoia lo scorso 24 maggio, oltre ad esporre le sue opere ha presentato il libro che racconta la sua storia dal titolo “Cile Italia solo andata. Storia di un profugo cileno”, pubblicato nel 2023 da Fuoriasse Edizioni.

Come ti sei avvicinato alla politica?

Era l’inverno del 1969 e diluviava a Santiago. Noi ragazzi dei licei e delle università andavamo a dare una mano alla gente che stava vivendo questa catastrofe atmosferica e a un certo punto mi sono trovato davanti a due occhi neri. Erano di un bambino piccolissimo, sui quattro anni, che oltre a questi occhi veramente belli, neri e tristissimi aveva dei pantaloncini corti ed era senza scarpe. Quando sono arrivato a casa l’ho raccontato a mia madre e poi le ho detto: “Guarda che io d’ora in avanti non giocherò più a calcio. Non farò tante cose che si possono fare alla mia età perché voglio partecipare al cambiamento dello stato delle cose e voglio cambiare il mondo”. Tieni conto che avevo 16 anni e che giocavo a calcio tutti i giorni.

La tua esperienza di muralista è cominciata quando hai fatto la propaganda per Salvador Allende alle elezioni presidenziali. Puoi raccontare gli inizi di questa attività, che ti accompagnerà per tutta la vita, e il senso che dai a questo lavoro politico?

Alla fine del ‘69, prima della campagna elettorale che ha portato Salvador Allende a diventare il Presidente della Repubblica, noi giovani abbiamo creato una brigata composta da circa 90 gruppi, ognuno formato da dodici o quindici ragazze e ragazzi. Uscivamo soprattutto il venerdì e il sabato sera per dipingere il nome di Salvador Allende sui muri delle case e degli edifici. Abbiamo fatto tantissime scritte e la particolarità era che coloravamo le lettere con i colori della bandiera cilena: blu, rosso e bianco. A un certo punto la destra e la Democrazia Cristiana, che avevano i loro candidati, si sono accorte che questa forma di propaganda poteva essere molto efficace e hanno creato anche loro dei gruppi di proletari per fare altrettanto. Però loro pagavano le persone mentre noi eravamo dei volontari.

Questo modo di fare propaganda ha avuto molto successo ed è stato battezzato “la battaglia dei muri”, che abbiamo vinto noi alla grande.

Quando Allende è arrivato alla presidenza della Repubblica, i novanta gruppi sono diventati di veri e propri muralisti che avevano il compito di abbellire la città ma anche di informare la popolazione sulle conquiste del governo Allende, come la nazionalizzazione del rame, delle banche e delle grandi industrie importanti per l’economia del paese ma anche la distribuzione di mezzo litro di latte giornaliero per ogni bambino.

Cosa è successo l’11 settembre del 1973 in Cile e come sei stato anche tu travolto da quegli eventi?

Quel martedì 11 settembre del 1973 è stato fatto il colpo di stato da parte della giunta militare e migliaia di persone sono finite in carcere, ci sono stati tanti morti e tanti feriti. Quella data ha chiaramente cambiato la nostra vita profondamente. Tutto quello che i giovani, come ero anch’io in quel tempo, avevano sognato non c’era più. Ci siamo messi a fare le prime forme di resistenza. Ti racconto solo un episodio. I prigionieri politici che uscivano dallo Stadio nazionale (dove erano stati rinchiusi, ndr) molte volte erano rilasciati alle 6:00 del pomeriggio e, tenendo conto che il coprifuoco scattava alle 8:00 di sera, quelli che vivevano fuori città non potevano arrivare a casa in tempo e rischiavano di essere presi di nuovo. Allora noi giovani abbiamo creato un comitato di solidarietà. Chiedevamo alle persone liberate dove abitavano e se qualcuno proveniva da fuori città lo portavamo a casa nostra o a casa di amici a Santiago, così il giorno dopo poteva partire.

Chiaramente era cambiato tutto e poco a poco ci siamo organizzati. Facevamo riunioni e volantini con il ciclostile in posti assolutamente assurdi perché nessuno doveva capire che cosa stessimo facendo. A un certo punto però sono arrivati i militari a casa mia per prendermi ma io per fortuna non c’ero perché ero andato al cinema con mia cugina. L’avevo poi accompagnata a casa sua e quando siamo arrivati ho saputo che mio padre aveva telefonato per dire che non dovevo tornare a casa. Questo vuol dire che io non ho rivisto casa mia per sedici anni.

Quando ti sei accorto di essere in pericolo come sei riuscito a salvarti?

Dopo la telefonata di mio papà sono entrato in clandestinità. C’è da dire che questa cosa di essere clandestino molte volte viene presa come un aspetto romantico, una cosa bella insomma. In realtà non è per niente così. Un clandestino è sostanzialmente un essere inutile. Non puoi lavorare, non puoi studiare, non puoi fare nulla. Io ho vissuto in diciotto case diverse e questo voleva dire restare in un luogo due giorni e poi cambiarlo. Quindi della gente doveva venire con delle macchine a prendermi, portarmi nel nuovo nascondiglio e darmi da mangiare, perché io non potevo più fare queste cose da solo. Non avrei voluto lasciare il mio paese, ma quando ho dovuto pensare di farlo, insieme ad altre persone, mi sono messo in contatto con una suora italiana che mi ha detto come fare per entrare nell’Ambasciata italiana in Cile. Come si doveva procedere? Lei avrebbe comunicato i nostri nomi a qualcuno all’interno, un funzionario, e noi avremmo dovuto saltare il muro dell’ambasciata. Il muro era molto alto, quasi tre metri, e dovevamo scavalcarlo in un orario preciso, soprattutto al cambio della guardia, quando tutti i militari andavano in un punto, esattamente dall’altra parte del muro che noi dovevamo saltare. Sono rimasto due mesi nell’Ambasciata italiana e per me e per tutti coloro che sono passati attraverso quelle vicende i diplomatici italiani in Cile sono degli eroi. Hanno salvato vite e rischiato la loro per la nostra esistenza.

Sei stato costretto a lasciare il Cile per salvarti la vita. Quando sei arrivato in Italia come sei stato accolto?

Siamo arrivati a Fiumicino il 4 ottobre del 1974 e in teoria avrebbe dovuto esserci un funzionario del Ministero degli Affari Esteri ad aspettarci ma in realtà non c’era proprio nessuno. Eravamo un po’ preoccupati perché non sapevamo cosa fare. I lavoratori dell’aeroporto ridevano amichevolmente e ci ripetevano, per quello che capivamo, che non c’erano problemi. Alla fine è arrivato un signore con la cravatta, era tutto sudato perché aveva corso per arrivare in aeroporto. Questa è la prima immagine degli italiani e dell’Italia.

La solidarietà italiana è cominciata con i funzionari dell’ambasciata ed è proseguita con la gente dell’aeroporto e con le tante persone che ci davano consigli sulla vita in Italia. E poi c’è stata questa solidarietà immensa con il popolo cileno e la sua causa democratica durante tutti gli anni della dittatura. Era un’altra Italia. Era solidale e non rifiutava quello che veniva dall’estero, anzi lo accoglieva come è successo a noi. Tieni conto che io sono arrivato a Roma, come dicevo, il 4 ottobre e il 6 ottobre lavoravo già come lavapiatti in un albergo.

Negli anni ho avuto esempi di solidarietà internazionale straordinari come quando ero arrivato a Milano e gli operai della Rusconi editore, una casa editrice non proprio di sinistra, e il loro consiglio di fabbrica minacciarono il signor Rusconi di fare lo sciopero generale se non avesse assunto un esule cileno. Questa era l’italia di allora, questa Italia accogliente.

E come ti sembra l’Italia di oggi rispetto all’Italia accogliente che hai appena descritto?

Sicuramente sono cambiati i tempi, non è più l’Italia di allora. Ma io non perdo le speranze anche perché credo che l’essenza di questo popolo, che ha vissuto anche la guerra, non può cambiare così tanto.

Io lavoro molto con gli studenti. La settimana scorsa ho fatto un murale per l’80° della Repubblica e del voto alle donne nel Liceo artistico di una città del Sud Italia. Ho visto come le ragazze e i ragazzi di questa scuola partecipavano e lavoravano con gioia alla sua realizzazione. Quando l’abbiamo inaugurato insieme al sindaco della città, che non è proprio di sinistra, ho avuto la sensazione, forse è solo una sensazione, che non tutto è perso e qualcosa in questo momento sta cambiando.

Come usi la tua arte di muralista per continuare a comunicare un messaggio politico anche alle nuove generazioni?

Essenzialmente faccio partecipare a tutto il processo di realizzazione del murale chi lo dipingerà con me, dalla creazione del bozzetto alla pittura, dal lavare i pennelli al riordinare tutto. Mentre lavoriamo, possiamo essere anche cinquanta o sessanta persone, ognuno può dare la propria opinione sui fatti raccontati nel murale e così ci confrontiamo

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