di Arturo Zanni
«Perché ho presentato la mozione in Consiglio comunale: prima conoscere, verificare e garantire
la sicurezza, poi decidere»
«Non sono contrario a priori alla diga. Voglio conoscere tutto prima di decidere.»
Perché ha presentato questa mozione al Consiglio comunale?
Perché ritengo che un’opera di questa rilevanza debba essere affrontata con la massima
attenzione, soprattutto dal punto di vista della sicurezza del territorio e della popolazione.
Non ho presentato una mozione per dire semplicemente “no alla diga”.
Ho presentato una mozione perché voglio che il Consiglio comunale conosca quale sia oggi il reale
stato del percorso e, soprattutto, quali verifiche tecniche debbano ancora essere effettuate prima
che si possa arrivare a una decisione sull’opera.
La mia posizione è molto semplice:
non voglio una decisione pregiudiziale né a favore né contro la diga. Voglio una decisione
informata.
Lei è contrario alla diga?
No. Non sono contrario a priori.
Il problema della gestione della risorsa idrica esiste e deve essere affrontato.
Sono favorevole agli studi, agli approfondimenti e alla ricerca delle soluzioni più efficaci.
Ma un’opera di questa dimensione deve essere valutata sulla base di dati tecnici completi,
aggiornati e verificabili.
Per questo non parto da un “sì” e non parto da un “no”.
Parto da una domanda:
quali sono oggi tutti gli elementi tecnici che ci permettono di decidere responsabilmente?
Il suo interesse per la questione nasce oggi?
No.
Il mio interesse risale almeno al 2024.
Quando venne resa pubblica la pre-fattibilità tecnica dell’ipotesi di invaso, iniziai ad approfondire la
documentazione disponibile, con particolare attenzione agli aspetti geologici, geomorfologici e ai
fenomeni franosi.
La questione è stata successivamente portata anche in Consiglio comunale.
Quindi questa mozione non nasce dalle ultime notizie sulla diga.
È la prosecuzione di un percorso che porto avanti da tempo.
Perché ha scritto al Presidente dell’Unione Montana nel luglio 2026?
Perché, alla luce delle dichiarazioni pubbliche sulla volontà di riprendere le interlocuzioni con le
istituzioni per il proseguimento dell’iter, ho ritenuto necessario chiedere formalmente quale fosse
lo stato effettivo del percorso.
Con la PEC ho chiesto:
• quali iniziative fossero programmate;
• quali approfondimenti tecnici fossero previsti;
• se fossero stati aggiornati gli studi disponibili;
• quali aspetti della pre-fattibilità del Politecnico dovessero essere ulteriormente verificati;
• e se fosse possibile valutare anche soluzioni alternative o complementari alla grande diga.
Ho chiesto soprattutto che queste informazioni venissero fornite formalmente.
E quale risposta ha ricevuto?
La risposta del Presidente dell’Unione Montana, protocollata il 7 agosto 2026, è molto chiara.
Il Presidente scrive:
“ad oggi non ci sono nuovi atti da segnalare trattanti l’argomento invaso Val Soana”.
Precisa inoltre che la riattivazione dell’iter da lui proposta è finalizzata alla sensibilizzazione delle
istituzioni sull’argomento.
Questo è un elemento importante perché chiarisce che, ad oggi, non siamo di fronte a un’opera in
fase di realizzazione.
Siamo di fronte alla volontà di riattivare il percorso istituzionale e di sensibilizzare gli enti
competenti.
C’è però un passaggio della risposta che considera ancora più importante.
Sì.
Il Presidente scrive:
“gli studi specialistici che consentiranno di verificare la bontà dell’opera o meno devono ancora
essere realizzati”.
Questa frase chiarisce molto bene la situazione attuale.
Gli studi specialistici necessari per verificare concretamente la bontà e la fattibilità dell’opera
devono ancora essere realizzati.
Quindi oggi non abbiamo ancora il quadro tecnico definitivo sulla base del quale poter esprimere
una valutazione conclusiva.
E proprio per questo ritengo necessario che questi studi vengano effettuati prima di arrivare a
decisioni definitive sull’opera.
Questo significa che la pre-fattibilità del Politecnico non è sufficiente?
Esattamente.
Ma credo sia importante essere molto precisi su questo punto.
La pre-fattibilità è stata un passaggio importante e va letta per quello che effettivamente dice.
Nelle considerazioni finali sulla fattibilità dell’opera, lo studio, sulla base dei dati preliminari
disponibili, conclude che allo stato attuale non sono emerse criticità a carattere ostativo tali da
precludere la prosecuzione dell’iter di progettazione dell’invaso.
Questa conclusione va rispettata.
Ma va letta insieme a ciò che lo stesso studio indica nelle sue considerazioni tecniche.
La relazione evidenzia infatti la necessità di ulteriori e approfondite analisi geologico-strutturali
nell’area interessata dalla struttura di sbarramento e dall’invaso.
Per quanto riguarda la caratterizzazione dei terreni, indica la necessità di una approfondita e
adeguata campagna di indagini geognostiche, sia in alveo sia sulle sponde.
E, relativamente ai fenomeni franosi, indica la necessità di ulteriori accertamenti per definire
volumetrie, stabilità, anche a lungo termine, e possibili evoluzioni nell’ipotetico scenario di invaso
artificiale.
Quindi non sto inventando un percorso di approfondimento successivo alla pre-fattibilità.
Sto chiedendo che vengano svolte quelle verifiche che la stessa relazione del Politecnico individua
come necessarie per approfondire gli aspetti ancora da definire.
Non bisogna quindi confondere:
pre-fattibilità
con
verifica definitiva della sicurezza e della fattibilità dell’opera.
Sono fasi differenti.
La prima serve a capire se esistano condizioni tali da giustificare la prosecuzione degli studi.
Le successive devono consentire di conoscere molto più approfonditamente le caratteristiche del
territorio, dei terreni, dei versanti e dell’opera nello scenario di invaso.
Quali aspetti ritiene debbano essere approfonditi?
Quelli che emergono innanzitutto dallo stesso studio di pre-fattibilità del Politecnico.
Non sto aggiungendo ostacoli che lo studio non indica.
Sto chiedendo che vengano completate le verifiche che la relazione stessa considera necessarie.
In particolare:
• ulteriori e approfondite analisi geologico-strutturali nell’area interessata dallo sbarramento
e dall’invaso;
• una adeguata campagna di indagini geognostiche, sia in alveo sia sulle sponde;
• ulteriori accertamenti sui fenomeni franosi;
• la definizione delle loro volumetrie;
• la verifica della loro stabilità, anche nel lungo periodo;
• la valutazione delle possibili evoluzioni nell’ipotetico scenario di invaso artificiale;
• particolare attenzione ai depositi morenici dell’abitato di Ingria;
• la verifica dei possibili crolli nell’area delle imposte e del bacino della diga;
• la suscettibilità alle colate di detrito di alcuni tributari del Torrente Soana;
• il conseguente possibile trasporto solido;
• e tutti gli ulteriori elementi tecnici necessari a una valutazione completa della sicurezza
dell’opera e del territorio.
Lo stesso studio, quindi, non dice che questi fenomeni rendano automaticamente impossibile la
diga.
Dice che, sulla base delle informazioni preliminari disponibili, non sono emersi elementi ostativi
alla prosecuzione dell’iter, ma indica la necessità di ulteriori accertamenti.
Ed è esattamente questo che sto chiedendo.
Non sostengo che questi elementi rendano automaticamente impossibile la diga.
Sostengo che devono essere conosciuti, approfonditi e valutati prima di arrivare a una decisione
definitiva.
Perché richiama anche le cartografie ISPRA–IdroGEO?
Perché costituiscono un elemento conoscitivo ufficiale relativo alla pericolosità da frana.
ISPRA utilizza, nella propria mosaicatura nazionale, le classi di pericolosità P4, P3, P2 e P1, oltre alle
aree di attenzione.
Ma voglio essere molto preciso:
non sostengo che una classificazione P3 o P4 renda automaticamente incompatibile la diga.
Sarebbe una conclusione che non può essere ricavata dalla sola cartografia.
La mia richiesta è che le condizioni di pericolosità eventualmente individuate dalle cartografie
ufficiali vengano correttamente considerate negli studi specialistici e messe in relazione con l’opera
che si intende eventualmente realizzare.
La domanda è:
quale rapporto esiste tra le condizioni geomorfologiche del territorio e la sicurezza dell’invaso e
dello sbarramento?
A questa domanda devono rispondere gli studi tecnici.
Lei sta quindi dicendo che la diga è pericolosa?
No.
E voglio essere molto chiaro.
Non sto affermando che la diga sia pericolosa.
Non sto affermando che le frane presenti nel territorio rendano impossibile la sua realizzazione.
Non sto sostituendomi ai tecnici.
Sto dicendo una cosa diversa:
prima di realizzare un’opera di questa rilevanza dobbiamo sapere, sulla base di studi specialistici,
quali siano le condizioni di sicurezza e quali effetti l’opera possa avere sul territorio.
E questo vale anche alla luce di ciò che già emerge dalla pre-fattibilità del Politecnico: non una
bocciatura dell’opera, ma la necessità di ulteriori verifiche e approfondimenti.
E qui arriviamo alla questione che per lei è fondamentale: il rischio.
Sì.
Ed è proprio su questo punto che voglio eliminare qualsiasi possibile equivoco.
Quando parlo di “rischio zero”, non intendo sostenere che nel territorio debba magicamente
scomparire ogni rischio naturale o che sia possibile garantire un’impossibile condizione di rischio
assoluto pari a zero.
Il significato della mia richiesta è molto più preciso.
Chiedo che venga verificato e formalmente messo nero su bianco che la realizzazione dell’invaso
non determini un aumento delle condizioni di rischio attualmente esistenti per la popolazione di
Pont Canavese e per gli altri territori e comunità potenzialmente interessati.
In altre parole:
il rischio già esistente sul territorio non deve essere aggravato dalla realizzazione dell’opera.
Questo deve essere oggetto di una specifica valutazione tecnica.
E, a mio avviso, deve essere una condizione imprescindibile per qualsiasi eventuale prosecuzione
del progetto.
Perché ritiene necessario che questo venga messo “nero su bianco”?
Perché su una questione di questa rilevanza non possiamo accontentarci di rassicurazioni
generiche.
La popolazione di Pont Canavese e dei territori potenzialmente interessati ha diritto a sapere quali
siano le condizioni di sicurezza dell’opera.
Quindi io chiedo che, attraverso gli studi e le procedure tecniche previste, venga documentato:
• quale sia il livello di rischio attuale;
• quale sarebbe il livello di rischio nello scenario con l’invaso;
• quali eventuali differenze emergerebbero;
• quali misure di prevenzione e mitigazione sarebbero necessarie;
• e, soprattutto, che la realizzazione dell’opera non comporti un incremento del rischio
rispetto alla situazione di riferimento.
Questa condizione deve essere verificabile e documentata.
Non una dichiarazione politica.
Un risultato tecnico messo nero su bianco.
Quando parla di popolazione, pensa soltanto a Pont Canavese?
No.
Pont Canavese è direttamente interessato perché lo sbarramento ipotizzato è nel nostro territorio.
Ma la valutazione deve necessariamente comprendere tutte le aree e le popolazioni
potenzialmente interessate dagli effetti dell’opera.
Per questo parlo di Pont Canavese e dei territori limitrofi interessati.
La sicurezza non può essere valutata guardando soltanto il punto nel quale potrebbe sorgere lo
sbarramento.
Deve essere valutato l’intero sistema territoriale interessato dall’invaso e dalle sue possibili
conseguenze.
Perché questa questione diventa ancora più importante oggi?
Perché oggi il progetto è nuovamente oggetto di comunicazioni pubbliche e di interlocuzioni
istituzionali.
E qui vedo una necessità di maggiore chiarezza.
Negli ultimi articoli e nelle comunicazioni pubbliche si parla della volontà di rilanciare il progetto, di
riaprire le interlocuzioni e di riportare la diga all’attenzione delle istituzioni.
Molto meno evidente, invece, è il quadro relativo alle verifiche tecniche che devono ancora essere
effettuate.
E questo è un problema di comunicazione pubblica.
Non sto dicendo che gli organi di stampa debbano necessariamente sostenere una posizione
favorevole o contraria.
Sto dicendo che, quando si parla di “via alla diga” o di rilancio dell’opera, sarebbe corretto
ricordare contemporaneamente che:
secondo la risposta ufficiale dell’Unione Montana del 7 agosto 2026, gli studi specialistici necessari
per verificare la bontà dell’opera devono ancora essere realizzati.
E che lo stesso studio di pre-fattibilità del Politecnico, pur non avendo individuato allo stato
preliminare criticità ostative alla prosecuzione dell’iter, indica ulteriori analisi e accertamenti
necessari.
Questo è un elemento fondamentale per consentire ai cittadini di formarsi un’opinione
consapevole.
Quindi ritiene che oggi la comunicazione sulla diga sia incompleta?
Direi che deve essere completata.
Non contesto le notizie sul rilancio dell’opera.
È un fatto che l’Unione Montana abbia manifestato la volontà di riattivare le interlocuzioni.
Ma insieme a questa informazione bisogna comunicare anche il punto che emerge dalla risposta
ufficiale del Presidente:
gli studi specialistici devono ancora essere realizzati.
E bisogna ricordare anche che la stessa pre-fattibilità del Politecnico individua ulteriori
approfondimenti necessari.
E quindi oggi non abbiamo ancora una valutazione definitiva degli aspetti tecnici che dovranno
consentire di stabilire se e a quali condizioni l’opera possa essere realizzata.
Credo che i cittadini abbiano diritto a conoscere entrambe le cose.
Questo significa che lei accusa qualcuno di nascondere i rischi?
No.
Non sto facendo accuse.
E non voglio alimentare allarmismi.
La mia richiesta è molto più semplice:
quando si comunica la volontà di rilanciare un’opera, bisogna comunicare anche quali verifiche
devono ancora essere svolte prima che quell’opera possa essere considerata effettivamente
fattibile.
Trasparenza significa questo.
Dire sia quello che sappiamo, sia quello che ancora non sappiamo.
Cosa dovrebbe quindi accadere prima di procedere?
Prima devono essere effettuati gli studi specialistici e gli approfondimenti che risultano necessari
anche alla luce delle indicazioni contenute nello studio di pre-fattibilità del Politecnico.
Devono essere approfonditi gli aspetti geologici, geologico-strutturali, geomorfologici, geotecnici e
idrologici.
Devono essere realizzate le adeguate indagini geognostiche.
Devono essere analizzati i fenomeni franosi, la loro stabilità, anche nel lungo periodo, e la loro
possibile evoluzione nello scenario di invaso.
Devono essere valutati i possibili crolli, le colate di detrito e il trasporto solido dei tributari del
Torrente Soana.
Devono essere valutate le condizioni del territorio nello scenario di presenza dell’invaso.
Devono essere valutati gli effetti sulla sicurezza della popolazione.
E deve essere verificato, con adeguata documentazione tecnica, che la realizzazione dell’opera non
determini un aumento del rischio attualmente gravante sulla popolazione e sul territorio
interessati.
Quindi il punto è molto semplice:
lo studio preliminare ha consentito di dire che, allo stato delle conoscenze disponibili, non sono
emerse criticità ostative alla prosecuzione dell’iter; lo stesso studio evidenzia però la necessità di
ulteriori approfondimenti.
È proprio su questi approfondimenti che, a mio avviso, bisogna concentrarsi prima di assumere
qualsiasi decisione definitiva.
E le alternative alla grande diga?
Devono essere valutate.
Questo era già uno dei punti della mia PEC di luglio.
Io non credo che dobbiamo partire dalla soluzione e poi cercare di giustificarla.
Dobbiamo partire dal problema:
come garantire nel modo migliore la disponibilità e la gestione della risorsa idrica?
E poi confrontare le diverse possibilità.
Grande invaso, eventuali sistemi di accumulo più piccoli, interventi di regolazione, efficientamento
e altre soluzioni complementari o alternative devono essere valutati secondo criteri tecnici,
ambientali, economici e territoriali.
Non sostengo che una soluzione sia già migliore delle altre.
Chiedo che vengano confrontate.
Questo significa essere contro la diga?
No.
Significa essere favorevoli a una decisione basata sui dati.
Lo stesso studio di pre-fattibilità del Politecnico non conclude che l’opera debba essere realizzata a
prescindere.
Conclude, sulla base delle informazioni preliminari disponibili, che non sono emerse criticità a
carattere ostativo tali da precludere la prosecuzione dell’iter di progettazione, evidenziando però
anche la necessità di ulteriori verifiche e approfondimenti.
Quindi la mia posizione è perfettamente coerente con quello che emerge dallo studio.
Se gli approfondimenti dimostreranno che la grande diga è tecnicamente fattibile, adeguatamente
sicura e compatibile con il territorio, ne prenderò atto.
Se emergeranno criticità, bisognerà capire se possano essere superate e a quali condizioni.
Se invece emergessero condizioni non compatibili con la sicurezza, bisognerà valutare soluzioni
diverse.
Questo è esattamente il motivo per cui gli studi devono venire prima della decisione.
Cosa chiede concretamente con la mozione?
Chiedo che il Consiglio comunale affermi la necessità di un percorso basato su:
1. Conoscenza
Acquisire e aggiornare il quadro tecnico e territoriale.
2. Verifica
Effettuare gli studi specialistici necessari, con particolare attenzione agli aspetti geologici,
geomorfologici, geotecnici e alla stabilità dei versanti, anche in coerenza con gli ulteriori
approfondimenti indicati dallo studio di pre-fattibilità del Politecnico.
3. Sicurezza
Verificare e documentare che l’eventuale realizzazione dell’invaso non determini un aumento del
rischio attualmente gravante sulla popolazione di Pont Canavese e sui territori potenzialmente
interessati.
4. Trasparenza
Rendere conoscibili alle amministrazioni e alle comunità interessate, nei limiti di legge, gli studi e i
relativi risultati.
5. Confronto
Valutare anche eventuali soluzioni alternative o complementari alla grande diga.
Perché portare la questione in Consiglio comunale?
Perché Pont Canavese è direttamente interessato dall’ipotesi di realizzazione dello sbarramento.
E credo che il Consiglio comunale debba poter conoscere e discutere gli elementi che riguardano il
proprio territorio.
Non chiedo al Consiglio comunale di sostituirsi agli organismi tecnici.
Non chiedo ai consiglieri di stabilire se una frana sia compatibile con una diga.
Chiedo che il Consiglio sostenga la necessità di acquisire quelle risposte dagli organismi
competenti.
La politica deve porre le domande giuste.
La tecnica deve fornire le risposte.
Il Presidente dell’Unione Montana parla di un percorso condiviso. È sufficiente?
È un’impostazione che condivido.
Nella risposta alla mia PEC il Presidente parla di “percorso condiviso”, di “trasparenza istituzionale”
e di responsabilità amministrativa.
Sono principi che considero fondamentali.
Ma adesso devono essere tradotti in un percorso concreto.
Se gli studi specialistici devono ancora essere realizzati, devono essere realizzati.
E se lo stesso studio di pre-fattibilità del Politecnico ha già individuato ulteriori approfondimenti
necessari, questi devono essere affrontati.
E quando gli studi saranno disponibili, dovranno essere conosciuti e discussi.
Solo così il percorso potrà essere realmente condiviso.
E se gli studi dimostrassero che il rischio non aumenta?
Se gli studi tecnici dimostreranno che la realizzazione dell’opera non comporta un incremento del
rischio rispetto alle condizioni attuali, e se saranno rispettate tutte le altre condizioni tecniche,
ambientali e normative previste, ne prenderò atto.
È esattamente ciò che sto chiedendo.
Non voglio costruire una posizione politica sulla paura.
Voglio costruirla sui dati.
E se invece emergesse un incremento del rischio?
A quel punto bisognerà affrontare il problema in modo trasparente.
Bisognerà capire:
• quale incremento;
• per quali aree;
• per quali fenomeni;
• con quali probabilità e scenari;
• quali interventi sarebbero necessari;
• quali costi comporterebbero;
• e se il rischio possa essere riportato almeno alle condizioni di riferimento.
Ma se gli studi dimostrassero che l’opera determina un incremento del rischio che non può essere
adeguatamente eliminato o mitigato, allora sarebbe irresponsabile ignorare quel risultato.
La sicurezza della popolazione deve venire prima dell’opera.
Qual è quindi la sua posizione oggi?
La mia posizione è esattamente quella che ho espresso nella PEC e che oggi intendo portare in
Consiglio.
Non sono contrario a priori alla diga.
Sono contrario a decidere senza conoscere.
Sono favorevole agli studi.
Sono favorevole agli approfondimenti.
Sono favorevole a discutere seriamente del problema della risorsa idrica.
Ma voglio che prima vengano chiariti tutti gli aspetti tecnici ancora aperti.
E voglio soprattutto che venga messo nero su bianco, sulla base degli studi competenti, che
l’eventuale realizzazione dell’invaso non determinerà un aumento del rischio attualmente esistente
per la popolazione di Pont Canavese e per i territori potenzialmente interessati.
E non si tratta di chiedere approfondimenti estranei al percorso già svolto.
Lo stesso studio di pre-fattibilità del Politecnico individua la necessità di ulteriori analisi geologico-
strutturali, di campagne di indagini geognostiche e di ulteriori accertamenti sui fenomeni franosi,
sulla loro stabilità e sulla loro possibile evoluzione nello scenario di invaso.
Questa, per me, è una condizione imprescindibile.
Qual è quindi la domanda che rivolgerebbe oggi alle istituzioni?
La domanda è molto semplice:
“Prima di procedere oltre, quali studi specialistici verranno effettuati, quali aspetti verranno
verificati e come verrà dimostrato che l’eventuale realizzazione dell’invaso non aumenterà il rischio
attualmente esistente per la popolazione e il territorio?”
E aggiungo:
“Quando questi studi saranno conclusi, saranno messi a disposizione delle amministrazioni e delle
comunità interessate?”
Se la risposta sarà sì, avremo finalmente gli elementi per discutere seriamente.
Quindi cosa significa, in definitiva, la sua mozione?
Significa chiedere che il percorso venga affrontato nell’ordine corretto e in coerenza anche con le
indicazioni che emergono dallo studio di pre-fattibilità.
Prima gli studi.
Poi le verifiche.
Poi il confronto sulle alternative.
Poi la conoscenza pubblica dei risultati.
E soltanto dopo la decisione.
Non voglio impedire a priori la realizzazione dell’opera.
Voglio impedire, per quanto è nelle mie possibilità istituzionali, che si arrivi a una decisione senza
avere prima verificato ciò che deve essere verificato.
E soprattutto voglio che sia chiaro un punto:
chiedere ulteriori studi non significa sostenere che la diga sia pericolosa. Significa completare
quelle verifiche che lo stesso percorso di pre-fattibilità individua come necessarie per arrivare a
una valutazione più approfondita e consapevole.
DICHIARAZIONE FINALE
«Non sono contrario alla diga a priori.
Ho presentato questa mozione perché credo che, prima di decidere su un’opera di questa
rilevanza, dobbiamo conoscere tutti gli elementi tecnici necessari.
Ho scritto al Presidente dell’Unione Montana nel luglio 2026 proprio per chiedere quali fossero gli
approfondimenti previsti e quale fosse lo stato dell’iter.
La risposta ufficiale del 7 agosto ci dice che oggi non ci sono nuovi atti sull’invaso, che la
riattivazione proposta è finalizzata a sensibilizzare le istituzioni e, soprattutto, che gli studi
specialistici necessari per verificare la bontà dell’opera devono ancora essere realizzati.
Per me questo è il punto fondamentale.
Ma c’è un altro elemento importante: anche lo studio di pre-fattibilità del Politecnico, pur
concludendo che allo stato delle informazioni disponibili non sono emerse criticità a carattere
ostativo tali da precludere la prosecuzione dell’iter, indica la necessità di ulteriori approfondimenti.
Parla di ulteriori analisi geologico-strutturali, di una adeguata campagna di indagini geognostiche e
di ulteriori accertamenti sui fenomeni franosi, sulla loro stabilità, anche a lungo termine, e sulla
loro possibile evoluzione nello scenario di invaso.
Quindi non dico che la diga sia pericolosa e non dico che una classificazione P3 o P4 renda
automaticamente incompatibile l’opera.
Chiedo che tutto questo venga studiato.
E chiedo una cosa precisa sulla sicurezza: quando parlo di “rischio zero”, intendo che l’eventuale
realizzazione dell’invaso non deve determinare un aumento del rischio oggi esistente per la
popolazione di Pont Canavese e per i territori potenzialmente interessati.
Questa condizione deve essere verificata tecnicamente e messa nero su bianco.
Non può essere una semplice rassicurazione politica.
Allo stesso modo, quando oggi si parla pubblicamente di rilancio o di “via alla diga”, credo sia
doveroso ricordare anche che gli studi specialistici devono ancora essere realizzati e che quindi il
quadro tecnico definitivo deve ancora essere costruito.
Non voglio fermare gli studi: voglio che vengano fatti.
Non voglio dire no alla diga: voglio sapere se, a quali condizioni e con quale livello di sicurezza sia
possibile realizzarla.
E se gli studi dimostreranno che l’opera è compatibile e non aumenta il rischio attuale, ne prenderò
atto.
Ma prima di decidere, voglio conoscere.»
IL CONCETTO POLITICO
NON “NO ALLA DIGA”.
NON “SÌ ALLA DIGA”.
PRIMA CONOSCERE.
PRIMA STUDIARE.
PRIMA VERIFICARE.
PRIMA METTERE NERO SU BIANCO LA SICUREZZA.
PRIMA CONFRONTARE LE ALTERNATIVE.
POI DECIDERE

+ There are no comments
Add yours