VISTI O RIVISTI PER VOI. “NO OTHER CHOICE – Non c’è altra scelta” di Park Chan-wook

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di Antonella Pratali


Ma davvero non c’è altra scelta che uccidere per poter lavorare e continuare ad avere una famiglia modello, due cani, una bella casa con giardino, gli amici e il riconoscimento sociale?

È questa la prima domanda che ci pone il film, presentato in anteprima all’82° Mostra del Cinema di Venezia e ispirato al romanzo “The Ax” di Donald E. Westlake (1997), già adattato per il cinema da Costa-Gavras con “Cacciatore di teste” (2005).

Questa è la storia di Man-su, un uomo che lavora da una vita con dedizione e sacrificio, mostrando attaccamento all’azienda e ottenendo il riconoscimento dei superiori. 

Lo incontriamo nel giardino di cui lui stesso si prende cura; ama le piante, che ripagano le sue attenzioni crescendo rigogliose. La bella moglie e i due figli sorridono felici insieme a lui, mentre prepara il barbecue. Arrostisce un’anguilla che l’azienda gli ha fatto recapitare, in segno di ringraziamento per i suoi venticinque anni di onorato servizio. La vita è bella. 

“Ti hanno mandato un’anguilla?”, gli chiede un collega e amico. Di solito, un’anguilla arriva quando ti vogliono licenziare. 

Qui inizia l’epopea di Man-su. E la stabilità, gli agi, la vita tranquilla e serena subiscono un’improvvisa battuta d’arresto. 

I tempi sono cambiati, l’IA ha reso possibili tagli drastici del personale, l’azienda deve rinnovarsi e Man-su è finito tra i lavoratori superflui. Non sono previsti paracaduti sociali, né forme di indennizzo.

Non c’è empatia, l’ultra-capitalismo non la contempla, ognuno pensa per sé.

À la guerre comme à la guerre, deve pensare Man-su quando, dopo aver tentato di tutto per rientrare nel mercato del lavoro, dopo aver perso la sua dignità, dopo essere stato scartato, disprezzato e infine deriso, tocca il fondo.

Si dice che solo allora si possa risorgere. Succederà anche a Man-su? Non si tratta di uccidere e basta: uccidere chi, con quale modalità? E a quali risultati porteranno le sue scelte?

Il regista Park Chan-wook coinvolge gli spettatori in una mirabolante commedia-thriller, tra buffi colpi di scena, situazioni assurde e terrificanti invenzioni di morte. 

Ciò che più colpisce è lo sguardo cinico, disilluso e spietato cui il cinema sudcoreano ci ha abituati da un pezzo e che, se dapprima può apparire esagerato, in realtà sembra anticipare il prossimo futuro. Perché in qualche parte del mondo il futuro è già arrivato, e non è roseo.

Come ci prepariamo per non diventare “superflui” (termine terrificante se definisce un essere umano)? E se lo diventiamo, senza un reddito che ci permetta di mantenere il nostro tenore di vita, cosa siamo o saremmo disposti a fare per conservare i nostri privilegi?

E rimanendo nel presente, chi siamo senza un ruolo sociale, in una società sempre più marcatamente individualista, in cui la reputazione sembra essere legata più agli status symbol e all’apparenza che alla nostra essenza? 

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