Lo strano caso del Piemontese: dialetto sottostimato in Patria e patrimonio culturale intangibile in Argentina

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di Massimo Iaretti

Il vernacolo piemontese ha davvero uno strano destino. Caso forse unico tra gli idiomi italiani è andato perdendo via via diffusione in gran parte della popolazione. Su questo certamente ha influito negativamente la scuola quando negli anni Cinquanta/Sessanta/Settanta il parlare piemontese era visto come un qualcosa di sconveniente, quasi una vergogna, un’arretratezza nel momento del boom economico. C’è da chiedersi, però, per quale motivo oggi – a quasi mezzo secolo di distanza –  quando si parla di piemontese, questo viene apostrofato come un dialettto o come qualcosa in via di sparizione, anche da chi nelle sue intenzioni non vorrebbe farlo morire, mentre Lombardo, Veneto, Siciliano, Calabrese, Pugliese, Napoletano, sono tutti parlati con orgoglio da chi li utilizza, anche al di fuori della propria regione di origine. Oggi, grazie all’impegno del consigliere regionale Andrea Cane c’è una legge in Piemonte che intende valorizzare la lingua piemontese e c’è una mozione, nata a Villamiroglio dalla penna dello scrivente e del collega Emiliano Racca, che chiede di istituire una Giornata della Lingua e della letteratura piemontese, analogamente a quanto stabilito a livello nazionale per la Giornata dedicata a Dante Alighieri. Sinora l’hanno approvata una ventina di Comuni e la Provincia di Alessandria e questo è sicuramente un punto di orgoglio. Ma è anche significativo il fatto che alcune forze politiche vi si oppongano strenuamente adducendo le più diverse scuse che vanno dal pregiudizio a priori per il federalismo (assolutamente non accennato nel documento), alla confusione con la Festa del Piemonte, a dire che non è una priorità, come è accaduto a Rivalta di Torinp. . Forse chi l’ha detto è di memoria corta ma negli anni passati nei consigli comunali si è discusso di tutto, anche si argomenti che non erano di loro competenza, magari anche delle ‘guerre stellari’. Per fare chiarezza su chi sostiene, giustamente, che la lingua parlata varia da zona a zona, a volte da microcomunità a microcomunità, le regole scritte sono invece comuni per tutti sin dalla fine del Settecento.

Fatta questa premessa, senza entrare ulteriormente nell’argomento, va segnalato quello che sta per accadere alla ‘Fine del mondo’ come l’ha più volte definita Papa Francesco, argentino di origine piemontese.

Il 5 maggio a San Francisco, città della Provincia di Cordoba (nel cui ateneo c’è un lettorato di Lingua Piemontese che  manca o Torino o a Vercelli) si terrà nella ‘Casa del Piemonte’ un incontro su ‘Declaraciòn de la Lengua Piamontesa como Patrumonio Cultural Intangible de la ciudad de San Francisco’.

L’iniziativa vede come protagonisti la Asociaciòn Familia Piamontesa de San Francisco e la Asociaciòn Civil Mujeres Piemontesas de la Republica Argentina.

Davvero per tutta la nostra classe politica arriva una bella lezione della quale si dovrebbe tenere conto. All’altro capo del mondo ci sono persone di origine italiana e piemontese, certamente, che magari non parlano neanche l’italiano, perché ormai sono argentini di seconda, terza, quarta, quinta generazione, ma che mantengono un legame forte con quella che è stata la loro Patria (e non bisogna vergognarsi di usare questo termine nel suo senso più alto anche in un mondo globalizzato) avita.

Da alcuni anni sono inserito in una chat che mi collega alla ‘Fine del Mondo’ dove un docente tiene un corso di Lingua Piemontese a persone che, in molti casi non parlano o non hanno mai parlato italiano, ma è bellissimo e toccante vedere come questo legame nonostante il trascorrere del tempo non sia mai sparito in qualche fiume carsico della memoria.

E proprio il tenere viva la lingua è il modo per mantenere vivi i ricordi.

E questo dovrebbe essere l’insegnamento che arriva dalla Fine del Mondo, ne sono fermamente convinto.

Ai potenziali criticoni e ai tanti leoni da tastiera che affollano la rete vorrei togliere una ‘vis polemica’. Il Piemontese è un patrimonio da preservare e da non disperdere se vogliamo evitare gli errori del passato.

A tutti dico sempre, indistintamente dalla loro origine: in Italia la lingua veicolare è l’Italiano, bellissima e difficile. Parliamo, studiamolo, amiamolo, come pure studiamo le lingue straniere. Ma non dimentichiamo mai la nostra Lingua avita, perché chi perde la lingua perde qualcosa di sé stesso.

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